Michela: il viaggio è un gigantesco frullatore

aprile 12, 2013

Michela Zamuner ha trascorso metà della vita guardando il mondo dalla schiena di un cavallo. Dopo aver appeso gli stivali al chiodo, le piace pensare di aver appena cominciato l’altra metà, quella a bordo di un aereo. Scrive da quando in quinta elementare doveva studiare per gli esami e non aveva voglia. Voleva diventare un’etologa, ma alla fine si è laureata in Lingue con l’intento di girare il mondo: per ora si è divertita in Erasmus a Graz, ha litigato con Milano e ha lasciato un pezzo di cuore a Vancouver. Le piacciono le cattedrali gotiche, i cimiteri monumentali e i temporali, colleziona tazze per la prima colazione, vorrebbe provare a fare rally e ha riempito un appartamento di immagini di New York. Nell’attesa di sbarcare nella Big Apple, usa la scusa dello studio per cercare la sua prossima destinazione.

Così si descriveva Michela quando l’ho conosciuta – purtroppo per il momento solo virtualmente – per via di Nuok. Uno degli obiettivi di Wowanderlust è raccontare tutte le belle energie positive che ho incontrato in questi anni e metterle insieme. Michela fa parte di queste belle anime fluide – e ha trovato una bellissima metafora: il viaggio è un gigantesco frullatore di vita. In fondo è vero, si usa per frullare, montare o impastare due o più ingredienti. Lo dice Wikipedia: il suo compito è quello di insufflare aria nei composti per renderli spumosi e leggeri come il bianco d’uovo montato a neve, la panna montata o la meringa. Non è forse come deve essere il vero viaggio? Spumoso e leggero, gustoso e concreto? Ecco per esteso tutta la nostra chiacchierata.

Michela, sul tuo blog dedicato all’esperienza in Canada hai scritto che “Vancouver ha tirato fuori tante cose di me. L’entusiasmo. La determinazione. La voglia di mettersi alla prova.” Un viaggio può cambiare una persona, oppure semplicemente la fa crescere?

Io credo che un viaggio possa fare di tutto. Può cambiare una persona, può farla crescere, può anche cambiarle la vita radicalmente. L’idea che tutto può succedere è, forse, quella che più mi piace e mi attira quando parto. Mi dà la carica e l’adrenalina, è un po’ il motore che mi tiene su anche quando le cose non vanno così bene o ho il morale basso. Un viaggio è un caleidoscopio di sensazioni, un gigantesco frullatore di vita: in pochi mesi fai esperienze che in condizioni normali avresti fatto in anni, o forse nemmeno mai pensato di fare. Il viaggio da una parte enfatizza quello che sei, ti strizza finché non tiri fuori tutto ciò che puoi dare; dall’altra parte ti fa scoprire lati di te che non pensavi esistessero, o che magari avevi intravisto ma credevi di non saper usare.

michelaNon posso dire di essere stata priva di determinazione, volontà ed entusiasmo prima di andare in Canada: sono tutte cose che avevo già e che hanno sempre fatto parte di me, ma Vancouver me le ha fatte riscoprire, è andata a pescarle dove le avevo nascoste e me le ha sbattute di fronte al naso. Una specie di “tu hai questo a disposizione, o ti decidi ad usarlo sul serio o puoi anche tornartene a casa”. Il viaggio ti mette a nudo di fronte a te stessa, è per questo che partire per fuggire da ciò che si è non funziona mai: ti ritrovi davanti una versione amplificata di te. Diciamo che a Vancouver ho fatto cose che in Italia non avrei fatto, dallo speed dating – divertentissimo! – al prendere il mio cv e portarlo porta a porta a praticamente chiunque, macinando km su km a piedi. Ho inseguito Cory Monteith per una foto sotto la pioggia torrenziale, ho abbracciato sconosciuti per strada, ho ascoltato le balene cantare.

Sono tutti frammenti di vita che poi metti in valigia e ti porti a casa, nella tua realtà di sempre, che di solito è cambiata giusto di qualche virgola, mentre tu eri in giro ad accumulare anni in pochi mesi. Bisogna mettere in conto che dopo ogni viaggio vissuto intensamente, tornare a casa e rimanerci è sempre più difficile.

Esiste davvero una differenza tra turisti e viaggiatori?

Ci sono tanti modi di intendere il viaggio. Il turista non viaggia, va in vacanza. Il viaggiatore è una persona che, in generale, è molto viva. Il viaggio diventa una maniera per conoscere il mondo, gli altri e sé stessi. Io mi sento più affine al gruppo dei viaggiatori, sebbene non sia (almeno per ora) una di quelle persone che prende lo zaino, ci mette dentro lo stretto indispensabile e parte a vedere il mondo così – l’emblema, per me, del vero viaggiatore, che ammiro moltissimo e che decisamente non sono io.

Più che altro, io per ora vado alla ricerca di posti, di emozioni e di sensazioni. Quando arrivo in una città nuova, quello che vorrei davvero fare è fermarmi per un po’ a viverci, per capire com’è davvero il luogo. Vorrei andare al lavoro, a scuola, a studiare, a fare la spesa, proprio come una che davvero ci abita in quella città. Al contrario di ciò che fa un viaggiatore, che volente o nolente di solito si riconosce lontano un chilometro, io voglio mimetizzarmi tra la folla… e lo faccio talmente bene che spesso mi chiedono indicazioni in città di cui io non so proprio nulla. Difficilmente mi si vede con una cartina in mano o a leggere una guida, a meno che non abbia deciso che il posto non mi interessa a sufficienza e quindi non cerchi la strada più corta per arrivare dove voglio… o non mi sia completamente persa! Sono più il genere di persona che si fa l’abbonamento ai mezzi per girare a caso su tutte le linee e vedere dove vanno. Poi, quando vedo qualcosa di interessante, scendo e vado ad esplorare. Non so se esista una categoria in cui inquadrarmi… aspirante abitante di ogni luogo del mondo?

Un’altra grande differenza penso si veda dall’atteggiamento di fronte alle foto: il turista scatta immagini di sé stesso con tutti i monumenti più importanti della località. Il viaggiatore fotografa scorci, attimi, persone, momenti di vita. Io non faccio né l’una né l’altra cosa, scatto da zero a pochissime foto e più per gli altri che me le chiedono che per me. Tu Alice lo sai bene, perché quando ho iniziato a scrivere per Nuok il mio grande dilemma era proprio una cronica mancanza di fotografie. A me piace girare, osservare, vedere e poi me ne vado da qualche parte e ci scrivo su. Le mie foto sono di carta e inchiostro, quelle sono le mie Polaroid.

the world needs more canada

Ci sono città difficili da capire? Oppure tutto dipende dalla nostra predisposizione d’animo?

Penso che la risposta sia molto soggettiva. Le città sono un po’ come le persone, generalmente non sono mai come te le aspetti. La cosa migliore, forse, sarebbe proprio non avere aspettative. Chi parte per trovare la Parigi dei film e dell’amore, un po’ come ho fatto io anni fa, spesso si rende conto che la faccenda non è proprio così. A volte senti tanto parlare di città che poi incontri e non riesci ad apprezzare: per me, per esempio, Istanbul e Milano. Esiste l’incompatibilità caratteriale anche con le città.

Forse è stata questa la mia fortuna: quando sono partita per Vancouver, non l’ho fatto perché dietro c’era un percorso di ricerca. L’ho fatto perché volevo andare in Canada e la sorte mi ha assegnato Vancouver come meta per un tirocinio, ma in quella fase mi sarebbero andate bene anche Ottawa, Toronto o Montrèal: l’obiettivo era il Canada.
Quando sono andata a comprare il biglietto aereo avevo visto una ventina di foto panoramiche e la mappa dello Skytrain, giusto per capire come arrivare in centro. Con Google Maps ho visto dov’era il mio ostello in relazione all’ufficio, su Craigslist ho consultato gli annunci per appartamenti e posti letto, ho contattato qualcuno, ma poi mi sono messa il cuore in pace perché ce n’erano tanti e ho pensato che sicuramente avrei trovato casa una volta lì, così ho prenotato giusto due notti in ostello e via. Stavo facendo la stagione, le ore di lavoro erano tante, il tempo da destinare all’organizzazione veramente ridotto all’osso e quello per pensarci su ancora meno: ho tirato fuori i vestiti da mettere in valigia tre giorni prima della partenza, e a quel punto dovevo ancora comprare proprio la valigia.
La mia convinzione, complice una serie di coincidenze veramente incredibili, era che il destino mi stava portando a Vancouver e quindi non poteva che andare tutto benissimo. Il mio mantra era “Ma sì, il Canada è un paese civile, vedrai che faccio tutto”. E così è stato.

Sicuramente la mia predisposizione d’animo particolarmente rosea ha inciso molto nella visione che ho avuto della città, che ha comunque le sue zone d’ombra, ed ha aiutato il concretizzarsi di tutto ciò che è stata Vancouver per me. E probabilmente è stata ancora la mia predisposizione d’animo a farmi considerare Milano il mio personale Purgatorio sulla Terra, o Graz l’inizio di una rinascita e Vienna una vecchia signora molto tranquilla che mi piacerebbe frequentare di più.
Detto questo, alcune città sono oggettivamente più ostiche di altre, ma credo che la capacità di comprenderle dipenda dalle lenti con cui guardiamo il mondo.

I love canadian trees

Ho dato a questo progetto “Tutto il mondo è paese e meraviglia”. E’ solo un luogo comune? Esistono differenze così grandi tra l’estero e l’Italia?

A casa tua vedi un marciapiede e quello è, né più né meno. Non gli dedichi più di tre secondi, quelli che servono per salirci sopra. All’estero diventi improvvisamente consapevole che questa cosa che si chiama marciapiede esiste, ed è di un altro colore, più alta, più bassa, con le piastrelle, dritta, storta… diversa. E allora ti meravigli perché mica ti eri mai accorta che i marciapiedi potessero essere così differenti l’uno dall’altro… in fondo li ha sempre avuti sotto il naso e dati per scontati.
E’ quando vai all’estero che cominci a riflettere sulla natura del marciapiede. E quando inizi, non smetti più. Ogni cosa diventa un buon motivo per renderti conto che la vita è proprio bella e vasta e piena di forme diverse e in fondo si può fare anche in un’altra maniera.
Potremmo meravigliarci anche a casa nostra, solo che spesso siamo ciechi. Dobbiamo vedere cosa c’è di diverso in giro per renderci davvero conto di cosa abbiamo sotto gli occhi. O almeno, per me è stato così.
Quindi, sì, tutto il mondo è meraviglia, ma non è detto che tu riesca davvero a vederla. E in questo senso, estero e Italia sono uguali.

Treno, aereo o bus? Quali sono i piccoli piaceri che regalano questi spostamenti?

Io personalmente amo l’aereo: di solito mi rilassa. Durante il viaggio non puoi vedere il paesaggio cambiare, quindi ogni volta che atterri è una sorpresa. Secondo me ogni viaggiatore ha in mente almeno un decollo e un atterraggio degni di nota: i miei sono la partenza da Istanbul, con quella distesa infinita di case a perdita d’occhio in tutte le direzioni, e l’arrivo a Venezia, con la luna che si riflette sull’acqua.
Il treno ha un fascino tutto particolare, nonostante Trenitalia si dia costantemente un gran da fare per affossarlo. Forse è il mezzo che più di tutti ti dà quel senso vero e proprio del viaggio, del movimento. E poi ha degli indubbi vantaggi pratici: niente limite di peso per i bagagli, no check in, basta presentarsi un minuto prima della partenza, puoi usare il tempo che hai leggendo, scrivendo, telefonando, lavorando e facendo tante altre cose che finiscono in -ando. Di sicuro ti permette di vedere molte più cose, se hai voglia di guardare fuori dal finestrino.
Il bus non lo amo molto, se non per gli spostamenti in città.

vancouver skyline 1

C’è un libro che parla di un viaggio – anche in senso lato – che vorresti segnalare?

L’imprevedibile viaggio di Harold Fry, di Rachel Joyce. E’ la storia di un pensionato inglese che una mattina riceve la lettera di una vecchia amica che sta morendo. Esce di casa per inviarle una risposta, ma arrivato alla buca delle lettere decide di proseguire fino a quella successiva. E da lì, del tutto all’improvviso e senza che l’idea lo avesse mai sfiorato, parte per un viaggio a piedi attraverso l’Inghilterra, con la convinzione che finché camminerà, la sua amica continuerà a vivere.
Perché mi piace? Perché Harold esce dagli schemi, perché parla di speranza, determinazione, piccole decisioni che fanno la differenza e cambiano un mondo intero. E in fondo, io sono convinta che siano le scelte apparentemente più insignificanti quelle che ti cambiano la vita.

“Harold fu pervaso da un senso di leggerezza che lo fece sorridere. Capì che il suo viaggio a piedi, quel camminare per espiare i propri errori, era anche un modo per accettare le stranezze degli altri. Essendo di passaggio, si trovava in un luogo dove tutto, non solo gli spazi, era aperto. La gente si sentiva libera di parlare, e lui era libero di ascoltare. Di portarsi via un po’ di loro.”

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>