La scelta di Enrico: Santuario dei bradipi o Italia?

aprile 15, 2013

L’amicizia tra me ed Enrico Catani è una bellissima dimostrazione di cosa intendo io con “guardare indietro e unire i puntini”. Come è successo che siamo amici oggi e sia uno dei caporedattori di Nuok? Ad aprile 2009 lavoravo a Mikamai, una nota agenzia milanese, e lì in quelle settimane ho conosciuto Valentina, una giovane digital creativa che stava iniziando uno stage.

Qualche mese dopo sono partita per New York. Inizialmente doveva essere solo una vacanza breve, ma per via di una serie di fatti inaspettati, sono rimasta in America due anni. Nelle prime settimane ho aperto un blog personale dove raccontavo le mie esperienze nella City. Si chiamava Nuok, così come un bambino piccolo avrebbe pronunciato il nome New York.

Io e Valentina nel frattempo eravamo rimaste in contatto, e complice il fatto che era stata a New York a studiare, l’ho coinvolta da subito nel progetto. Senza esagerare, è una delle mamme spirituali di questa avventura. Suo è uno degli articoli storici di Nuok: Dead Drops, memorie USB nei muri della città. Ad un certo punto, mi sono accorta che molti dei ragazzi che avavano iniziato a collaborare a Nuok, partivano per altre mete, in Europa e nel mondo. Da qui la decisione di aprire a nuove città, così da non limitare l’iniziativa. Valentina un giorno mi presentò via mail Enrico, un suo ex compagno di università che si era trasferito a Kyoto. Questo ragazzo aveva un grande talento, era palese. Il suo entusiasmo è stato travolgente e a distanza di così tanto tempo non è mai sceso, dando un apporto fondamentale a Nuok, prima da Chioto e poi da Torontoo.

Ho conosciuto Enrico di persona solo l’anno scorso, durante un grande meeting nella campagna toscana. Così come è successo per alcuni altri nuokers, mi è sembrato di conoscerlo da sempre. Non ho avuto alcun dubbio e ho voluto che entrasse a far parte della direzione del progetto come caporedattore. Se non fossi andata a lavorare in quell’agenzia a fine 2008, se non avessi incontrato Valentina lì, se non avessi scelto New York come meta e poi aperto il mio blog personale per poi trasformarlo in community… bene, forse non avrei mai incontrato Enrico sulla mia strada.

Oggi Valentina non scrive più per Nuok, ma spero sempre che prima o poi possa tornare a far parte di questa stramba famiglia, che ha contribuito a costruire. Le sono dunque molto grata per questo incontro bellissimo. Ecco a voi la mia chiacchierata con Enrico, viaggiatore esperto e grande persona.

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Enrico sei passato recentemente dal Giappone al Canada. C’è qualcosa che unisce queste due realtà? Che cosa le divide invece profondamente?

La differenza più evidente è stata senz’altro il modo in cui ho vissuto il fatto di essere uno straniero. In Giappone la percentuale di immigrati è scarsissima (perfino nella megalopoli di Tokyo) e capita spesso di essere trattati in maniera “diversa”: a volte in senso positivo (ad esempio, in quanto stranieri non siamo quasi mai costretti a sottostare alle rigide regole sociali nipponiche); altre volte in senso sfavorevole. Spesso infatti, ci si sente emarginati, e difficilmente si ha la sensazione di essere “parte integrante della società”. Inoltre, purtroppo i lavori disponibili per gli stranieri si contano sulle dita di una mano. Il Canada al contrario è un Paese decisamente accogliente: ci si sente subito molto integrati (si pensi che Toronto ha una percentuale di immigrati superiore ormai al 50%) e si ha la sensazione che chiunque in un modo o nell’altro possa trovare la propria strada.
Un’altra differenza è che il Giappone è, per mio gusto personale, un Paese molto più stimolante e affascinante rispetto al Canada. Sia per quanto riguarda i costumi, le tradizioni, la storia, la cultura, ma anche da un punto di vista puramente estetico. Senza contare che il cibo giapponese – o meglio, il cibo che si mangia in Giappone – è molto, molto più buono di qualsiasi cosa si possa mangiare in Canada.
Per quanto riguarda le similarità fra questi due popoli invece, mi viene in mente la cortesia, l’immancabile ottimo servizio (in Giappone qualche volta addirittura esagerato) e un rispetto sociale che non si può non ammirare.

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Come cambia l’esperienza di viaggio tra questi due paesi, per esempio con i mezzi pubblici?

Ho amato i treni giapponesi: puntuali, efficienti e veloci. Ma li ho usati solo per spostarmi da una città all’altra. A Kyoto, città in cui ho vissuto per due anni e mezzo, ho usato principalmente la bicicletta e, qualche volta, la metropolitana (anch’essa efficientissima). Il problema dei mezzi pubblici giapponesi sono i prezzi proibitori: si pensi che il costo varia a seconda del numero di fermate che si fanno e per farne una – dico UNA – a Kyoto si pagano ben 210¥ (circa 1,70€). Insomma, molto meglio la bicicletta.
A Toronto, con i suoi 4/5 mesi di neve all’anno, mi son dovuto arrendere all’idea di non comprare una bicicletta. Senza contare che il college che sto frequentando si trova esattamente dall’altra parte della città. Mi devo accontentare quindi di bus e metropolitana, che tutti qui criticano per la loro inefficienza, ma di cui io, che sono cresciuto in Italia, non posso certo lamentarmi. Anche qui i prezzi sono piuttosto alti (nonostante gli sconti per studenti), senza però mai raggiungere i livelli del Giappone.
Viaggiare in treno per il Canada è invece sconsigliabile, non solo per via dei prezzi, ma anche per la lentezza dei mezzi. Meglio affittare una macchina.

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C’è qualcosa a cui non potresti mai rinunciare durante uno spostamento?

Se si parla di uno spostamento breve, non ci sono dubbi: l’unica cosa a cui non rinuncerei mai sono i libri. È per colpa loro che mi son ritrovato spesso a dover pagare penali per eccedenze del peso del bagaglio… Se invece si tratta di un trasloco vero e proprio, la fidatissima compagna di viaggio che mi ha seguito in tutte le città in cui abbia vissuto è la mia PlayStation. Sì, amo i videogiochi.

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Sei uno dei migliori nuoker mai avuti. Qual è il segreto per raccontare un luogo?

Grazie per il complimento (arrossisce). Non so se si tratti di un segreto vero e proprio, ma la mia linea è quella di non scrivere mai di un posto se non lo conosco approfonditamente. Mi spiego meglio: se decido di scrivere un articolo su un tempio buddista giapponese, non posso limitarmi a descriverlo esteticamente. Certo, anche quello va bene, ma è necessario fare un minimo di ricerca per dare al lettore tutte le informazioni che potrebbero interessargli. E no, spesso Wikipedia non basta. Bisogna chiedere in giro alla persone del luogo, raccogliere depliant e andare a caccia di aneddoti.
Lo stesso discorso ovviamente vale anche per ristoranti, locali notturni, caffetterie, etc.
Sono un po’ pignolo quando si tratta di scrivere, e forse è per questo che sono sempre in ritardo con le consegne – e certo, anche perché sono un procrastinatore fatto e finito.

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Che cosa ti conquista di una città che non avevi mai visitato prima? Qual è il tuo metodo di esplorazione: mappa alla mano o come viene?

Tendenzialmente mi piacciono le città che hanno carattere, in altre parole che abbiano qualcosa da raccontare. Mi sono innamorato di Kyoto ad esempio perché seppur essendo una città di medie dimensioni (1,5 milioni di abitanti) conteneva al suo interno tanti elementi unici: migliaia di siti storici, tantissimi spazi verdi, una grande varietà di quartieri tutti diversi fra loro, un intrigante miscuglio di architettura antica e moderna, ma soprattutto tanto cibo buonissimo.
Per quanto riguarda i miei metodi di esplorazione… Devo ammettere di non aver un metodo specifico. Non ricordo di aver mai usato una mappa in vita mia, e avendo un buon senso dell’orientamento difficilmente riesco a perdermi (purtroppo?). Per scegliere i luoghi da visitare tendo ad affidarmi ai consigli delle persone del posto o dei viaggiatori più esperti di me, ed organizzo le mie mete in liste molto scrupolose.

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Hai un viaggio-sogno nel cassetto?

Il mio sogno fin da bambino è stato quello di visitare il Giappone. In principio doveva essere un viaggio di pochi mesi e invece ci sono rimasto qualche anno perché sentivo che quel Paese aveva ancora tanto darmi. Direi quindi che il Giappone si può cancellare dalla lista dei viaggi-sogno. Rimangono la Costa Rica, dove vorrei fare il volontario nel “Santuario dei bradipi” (esiste davvero! www.slothsanctuary.com) e la Cambogia, per perdermi fra i templi che emergono dalla giungla.
Ma se devo dirla tutta, dopo questi ultimi anni di spostamenti da un Paese all’altro il mio sogno attuale è quello di tornare in Italia. Ho seria intenzione di prendermi una pausa da traslochi e aerei, almeno per un po’. Non so ancora quando pianificherò il mio prossimo viaggio, so solo che non vorrò farlo da solo.

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