L’ombelico del mondo di Sara

aprile 28, 2013

Come Enrico, Elisa, Giulia e altri ragazzi ospitati qui, anche Sara è una nuoker. L’ho incontrata per la prima volta a New York lo scorso giugno ad una cena a Williamsburg. Ora da New York si è spostata a Roma, passando per Stoccolma. Questa la sua presentazione su Nuok.

Sara Izzi è nata sotto il segno del Cancro, un giovedì d’estate del 1984, combinazione astrale che avrebbe fatto di lei una scrittrice. Laureata a L’Aquila in Studi Filologici e Letterari, lavora come editor e collabora da freelance per varie testate. Ha vissuto a New York e si divide fra Roma e Stoccolma, dove vuole tornare, magari per ricevere il Nobel. Arrossisce di frequente, non sa orientarsi con la metro e ha imparato l’inglese leggendo riviste di moda. Adora Puccini, Landolfi e i disegni di Schiele. È stata fermata in dogana per due vasi di marmellata alle fragole. Il suo colore preferito è quello del mare di Favignana. Non ha tatuaggi, ma il suo elemento è l’inchiostro.

Vi lascio alla nostra bella chiacchierata virtuale, e mi sento di dedicarla personalmente a tutti quelli che pensano che solo New York possa essere il vero ombelico del mondo. Forse che l’ombelico del mondo si trovi dove ci troviamo noi? A voi le riflessioni.

Sara, ci siamo conosciute a New York, città che hai avuto modo di conoscere molto a fondo anche tu. Come fa a stregare tutti questa città? Che cosa la rende così incredibilmente unica?

New York è una città verticale. Sta dritta. In piedi. Pronta ogni giorno a scattare, e, di solito, a tagliare per prima il traguardo davanti alle altre. Chi la visita, o ha la fortuna di vivere lì, riceve il proprio pettorale, si scopre improvvisamente podista e partecipa alla corsa. La prima volta che sono atterrata a New York è stato nel 2000, c’erano ancora le torri e aspettavo a Central Park che mio padre completasse la maratona. Dodici anni dopo, sono tornata da sola e ho capito cosa voglia dire sentirsi al centro del mondo. Prendere un taxi di corsa pregando che l’autista sia De Niro, cambiarsi e indossare un paio di tacchi in metro, sotto lo sguardo complice e divertito degli altri passeggeri, camminare per ore e riconoscere a ogni passo qualcosa di familiare, sentirsi a casa e allo stesso tempo in una città sempre diversa. Spaesata. Sapere solo alla fine quanto in realtà la grande mela ti abbia cambiata. New York è vortice generoso, una rivoluzione quotidiana, una gara che non puoi mancare, non importa quanto sia lontano l’arrivo.

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Il passaggio da una città come New York a Stoccolma sembra un abisso. E’ davvero così? C’è qualcosa che accomuna queste due città o sono proprio agli opposti?

Forse lo è. Se non un abisso, una profonda distanza. New York è una città audace, chiassosa e piena di eccessi. La capitale per antonomasia. Quello che per i greci era Delfi, l’omphalos, l’ombelico del mondo. Stoccolma è piuttosto un villaggio, il villaggio moderno. Una città affascinante e contemporanea, non meno stimolante, ma discreta, quasi timida, con paesaggi mozzafiato e una sensibilità culturale da scoprire.

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Ci sono altre due città che fanno parte del tuo viaggio di vita fino a oggi: L’Aquila e Roma.
Che cosa ti lega a loro?

Dopo il liceo, fu tra queste due città che avrei dovuto scegliere. Studiare e frequentare l’università nella capitale aveva i suoi vantaggi. Io però scelsi L’Aquila. Una scelta di cui non riesco a pentirmi, nonostante il terremoto abbia portato via molte cose e lasciato una ferita aperta. Torno spesso in città, ma non la trovo mai. L’Aquila di Palazzo Carli, del gelato a Piazza Duomo, dei quattro cantoni con le buste della spesa, spesso mi manca. In quella città, con il clima più rigido d’Italia, non ho mai avuto freddo.
Ora vivo a Roma per lavoro e mi sento di nuovo al centro del mondo. Piccola, in una città forse troppo grande. Ci pensano “er colosseo” a farmi compagnia e la spontaneità dei romani a strapparmi ogni giorno un sorriso.

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Da che cosa intuisci la personalità di una città? Che cosa ti cattura quando arrivi in una città mai vista prima?

La personalità di una città viene fuori dal carattere di chi la abita. Dal modo in cui sorride, si muove e utilizza gli spazi pubblici. Spesso riesco a scovarla in strada o, meglio ancora, in metropolitana. Ѐ anche legata molto alla cucina e al modo in cui i locali concepiscono il cibo. La cultura a tavola, o qualcosa del genere. Sarà che sono una buona forchetta.

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Sei davvero molto brava a scrivere. Qual è il metodo migliore per raccontare agli altri una città?
Qual è il tuo segreto?

Salgari diceva che: scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli. Io penso che quella “seccatura” sia invece necessaria. Il peso della valigia è uno sforzo simbolico. Viaggiare è avventurarsi, arrampicarsi in cima, sbucciarsi le ginocchia, correre per non perdere il treno. Il racconto ha sempre inizio da una disavventura di questo tipo. Un incidente di percorso, sia questo il ritardo dell’aereo o la scoperta di un locale imperdibile scovato per caso. Scrivere si può, quando si ha qualcosa da dire. Carta e penna sono importanti quanto due spalle forti e un paio di scarpe comode.

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Quale sarebbe la tua città ideale? Da quali elementi potrebbe essere composta?

La mia città ideale è una Stoccolma assolata, libera e inquieta. Il profumo del pane di mio padre a scaldare l’aria e buoni amici da ritrovare alla sera.

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