Irene e il viaggiatore svizzero Nicolas Bouvier

maggio 7, 2013

Continua il viaggio tra i nuokers. Irene Ameglio, ora a New York, venuta a sapere della mia ricerca di storie di viaggi e viaggiatori, mi ha inviato un estratto della sua tesi, facendomi così scoprire un esploratore eccezionale: Nicolas Bouvier. Se non sapete nulla di lui, è l’occasione buona per approfondire. Intanto, qui la bio su Nuok di Irene.

Nata e cresciuta in un paesello tra Torino e le montagne, Irene dimostra precocemente un irrimediabile rifiuto della sedentarietà. Dopo pochi ma prolifici anni nella capitale sabauda si sposta a Madrid, torna, prova Roma ma va a Londra, e infine approda a New York, dove per la prima volta abbandona lo studio compulsivo della letteratura per dedicarsi ad attività più remunerative. Da piccola voleva fare la ballerina o la parrucchiera, ma poi i libri hanno la meglio e decide che diventerà una scrittrice. Di cosa, non si sa ancora. Negli ultimi quattro anni i racconti di viaggio sono stati la sua ragione di vita, tanto da convincere diversi professori di essere la studentessa più monotona della storia. Ha una passione smodata e carnale per: i libri con la copertina rigida, le citazioni, l’autunno, il nebbiolo, il tulle, la musica britannica e i titoli di coda.

Buona lettura!

Irene, per la tua tesi hai scritto un bellissimo testo sulla figura di Nicolas Bouvier, un viaggiatore e scrittore svizzero degli anni ’50. Come ti sei imbattuta in questa figura? E come la racconteresti brevemente a chi non ne sa nulla?

Dunque, tutto è partito dal fatto che volevo assolutamente scrivere di letteratura di viaggio, e in particolare di viaggiatori/scrittori fuori dagli schemi, che avessero “preso il largo” in modi non convenzionali e per nulla premeditati. Avevo letto i reportage di Paolo Rumiz su La Repubblica e mi aveva colpita il suo modo di spostarsi lento, molto graduale e approfondito, come quando nel 2003 fece il giro dell’Italia in Topolino. Proprio quel viaggio è un esplicito omaggio a Bouvier, con la differenza che lui in Topolino arrivò fino in Oriente, senza un soldo e in un’epoca in cui viaggiare era decisamente più problematico. Partì poco più che ventenne con un amico pittore, e alla fine stette via quasi tre anni, arrivando fino in Giappone e fermandosi diversi mesi in molti posti. A partire da quell’esperienza scrisse dopo anni il suo libro più bello, il cui titolo originale è L’usage du monde, ovvero “l’uso/usura del mondo”, seguito da Cronache giapponesi e Il pesce-scorpione, un resoconto delirante del periodo trascorso a Ceylon (oggi Sri Lanka), bloccato da una malattia tropicale che lo fece quasi impazzire. Ecco, secondo me Bouvier incarna un modello di viaggiatore incredibile, che annulla (o almeno ci prova) completamente la distanza tra sé e i luoghi visitati, anche a costo di rimetterci la pelle. Non è un atteggiamento di per sé rivoluzionario, ma lo diventa per il modo in cui viene elaborato a posteriori attraverso la scrittura.

turchia

Apri il tuo scritto con una citazione di Bouvier bellissima: “Un viaggio non ha bisogno di motivi”. Si lega bene al mio discorso sul Dreamtime della settimana scorsa. E’ davvero così? Un viaggio non ha bisogno di motivi poiché basta a se stesso?

Sì, ne sono decisamente convinta. Paradossalmente cercare di spiegare o raccontare un viaggio (uno vero, non la settimana in villaggio turistico) è un’impresa folle se si pensa alla quantità di esperienze e “vita vissuta” implicita in ogni spostamento. Sempre Bouvier dice anche che “credi di essere tu a fare il viaggio, ma in realtà è il viaggio che ti fa, o ti disfa”. Tutto sta nella propria predisposizione a farsi davvero coinvolgere da ciò che si vede o vive, e per questo non c’è affatto bisogno di andare in capo al mondo. Tu ci metti la curiosità e una buona dose di leggerezza, e poi tutto il resto capita da solo. Di solito mentre stai lì a fissare una cartina per capire dove diavolo sei.

marsiglia

Più in generale, partire è scappare?
E’ soddisfare la propria irrequietezza oppure un’esigenza primaria?

Credo che possa essere entrambe le cose. Ognuno ha le proprie buone ragioni per partire, e non è neanche detto che tutti debbano averle per forza. Ci sono persone che viaggiano un sacco senza muoversi da casa propria (scrittori e creativi in generale in primis), mentre altri hanno bisogno di farsi migliaia di chilometri per sentirsi in pace, o ancora più irrequieti di prima. Per quanto mi riguarda capisco i motivi per cui sono partita sempre a posteriori, a viaggio inoltrato o addirittura una volta tornata a casa. Ma cosa cambia in fondo? L’importante è non far finta di niente, essere abbastanza svegli da capire quello che il viaggio ci sta dando o ci ha dato. Quando, come e perché sono questioni personali.

costa rica 2

Dove ti ha portata il tuo wonderlust in questi anni?
Quali sono i viaggi che hanno segnato tappe fondamentali per la tua crescita?

Aiuto, questo è un domandone. Quando avevo sedici anni sono stata due mesi in Irlanda, a lavorare in un centro equestre sperduto nel nulla. Pensavo di annoiarmi a morte, e invece mi si è aperto un mondo. Ho vissuto un anno a Madrid e uno a Londra, e adesso sono a New York. In mezzo ci sono state tante gitarelle più o meno lunghe: vari giri in Europa, tra cui uno bellissimo in Romania, Ucraina (sì, l’Ucraina è bella!) e Turchia, poi Costa Rica, e naturalmente tutta la nostra incasinata penisola. A parte quel primo fondamentale incontro con l’universo irlandese, direi che per ora il viaggio della vita è stato il coast to coast fatto due anni fa. In quattro, una macchina, un numero sconvolgente di chilometri, un mese e mezzo partendo proprio da New York e passando per Boston, Canada, Chicago, Seattle, fino giù al Grand Canyon e Los Angeles. Orsi e scorpioni a parte è stata un’esperienza forte, che mi ha fatto capire tante cose sugli Stati Uniti e, di conseguenza, su un bel po’ di mondo. E poi ovvio, per una che è cresciuta a pane e grande romanzo americano, niente di meglio di una bella epopea verso ovest per sentirsi realizzata come non mai…

LA

Quali elementi ti fanno capire che la città dove ti trovi è perfetta per fermarti a viverci abbastanza a lungo da capirne almeno in parte l’identità?

williamsburg Quando arrivo in una città nuova ormai ho i miei piccoli rituali, le mie tempistiche, una serie di tappe che mi aiutano a ingranare e lentamente sentirmi a mio agio: trovare casa, un locale dove poter stare tranquilla, quello per fare festa, una buona pizzeria. Personalmente ho bisogno che una città sia viva e caotica, ma non cattiva, non chiusa in sé stessa o auto-centrata. Dev’esserci del verde, e spazi in cui le persone possano incontrarsi senza per forza sborsare cifre esorbitanti in cibo o divertimento. A differenza di Torino e Madrid, che trovo molto accoglienti senza essere banali, Londra è stata molto faticosa da capire e accettare. Per quanto bella e affascinante sembrava che facesse di tutto per rendermi la vita difficile, e tutt’ora non credo di averne afferrato davvero il valore. New York è New York, e sulla sua identità ci sarebbe da scriverne per tre giorni.

Quali sono i tre libri sui viaggi che non dovrebbero mancare sulla mensola del perfetto viaggiatore?

Solo tre?! Allora: il già citato La polvere del mondo di Bouvier; In Patagonia o Le vie dei canti o qualsiasi altro testo di Bruce Chatwin; e poi, visto che uno dei viaggi più belli è sempre quello nel proprio paese, Verso la foce di Gianni Celati, che tra l’altro contiene anche delle bellissime fotografie.

One Comment

  1. Daniele

    8 maggio 2013 at 10:28

    Cara Irene,
    mi hai fatto venire due voglie. Primo: leggere “In Patagonia”; secondo: incontrarti sul monte San Giorgio ed osservare dall’alto il nostro bel paesello.
    Buona estate va!
    D.

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