Dreamtime: è il Tempo del Sogno

agosto 1, 2013

Alzi la mano chi non ha accarezzato almeno una volta in questi anni l’idea di andarsene dall’Italia. Crisi, non crisi, qualsiasi sia la motivazione ufficiale sotto. Chi, davanti all’ennesima delusione – di governo, di coppia, di lavoro, di parenti, di capi e di fatture non saldate – non ha iniziato a rastrellare informazioni sui siti che parlano di viaggio e di cambio di vita, o almeno, chiesto consiglio ad amici o conoscenti che avevano già preso il biglietto di andata.

Quando ho iniziato a pensare a questo progetto, mi sono fatta la stessa domanda che Chatwin ha rivolto al suo editore Tom Maschler nell’inverno del 1969. “La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?

È una domanda molto semplice, se ci pensate. Così semplice, da non porcela mai. O magari, così semplice da liquidarla con un “in Italia c’è crisi nera, meglio qualsiasi lavoro in qualsiasi altra parte del mondo“. Sto cercando di capire il perchè ci piace fare la valigia, decollare, salpare, metterci in moto. Spostarsi, camminare, attraversare, percorrere, girare, vagabondare, vagare, esplorare, visitare, andare. Viaggiare. Ma che cosa c’è davvero dietro a questa sfilza di verbi? Ci sono viaggi via terra, per mare, per aria, viaggi per divertimento, per affari, in incognito; viaggi per fuggire, viaggi per cercare, viaggi per ritrovarsi. Ci sono viaggi con una macchina fotografica, con una videocamera, con carta e penna. Ci sono anche viaggi in ritardo, viaggi nel tempo, viaggi nella memoria. E perchè no, anche viaggi di fantasia. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla superficie.

Il risultato della mia riflessione è che gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro perchè è necessario, come mangiare, bere, dormire e respirare. Guardiamo i voli migliori, organizziamo gli itinerari più adatti alle nostre esigenze e sottolineamo le guide turistiche. Oggi, ieri, quaranta anni fa, mille mila anni fa. Da che mondo è mondo, l’uomo ha fatto su armi e bagagli ed è partito alla ricerca. Ma voglio raccontarvi come sono arrivata alla mia conclusione.

Durante questo mio ultimo viaggio in Australia ho imparato una bellissima parola della tradizione aborigena australiana: Dreamtime, il Tempo dei Sogni. Questo termine indica una serie di miti che spiegano l’origine della cultura di questo popolo e più in profondità motivano le caratteristiche geografiche del mondo stesso. Viene così narrato che il mondo era abitato da esseri magici, creature gigantesche con forme di animali. Camminavano, danzavano, cacciavano, e a volte semplicemente si sedevano per terra. Andandosene da un posto all’altro, lasciavano nel mondo tracce del loro passaggio. Ed ecco così che in Australia si formavano le montagne, i laghi, i deserti…

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È ancora una volta Chatwin a raccontarci del Dreamtime, con il suo libro Le vie dei canti, con il quale riesce a dare finalmente una risposta alla sua domanda. Grazie a lui sappiamo che non sono semplici miti ancestrali, ma veri e propri canti tramandati di generazione in generazione. Ognuno di questi canti descrive il percorso seguito da questi esseri magici nel loro viaggio di formazione. La struttura musicale di questi canti corrisponde esattamente alla morfologia del territorio australiano attraversato da tale percorso, formando una vera e propria mappa.

Non ve la faccio tanto lunga e noiosa, e vi invito a leggere questo libro. In soldoni, la visione aborigena assegna una sacralità a ogni luogo del mondo che conoscevano, l’Australia. Hanno costruito una rete di relazioni originarie fra loro e un posto specifico sull’atlante. Un po’ come oggi noi facciamo con internet, anche qui non è cambiato niente. È un esercizio creativo molto bello che ho iniziato a fare proprio quando sono arrivata in Australia. Ho penso al mio Dreamtime, a tutti i luoghi sacri a cui sono legata sia sull’atlante che online. E dove mi sono formata. Perché, ricordiamocelo, il Dreamtime racconta soprattutto questo: una formazione del nostro mondo, un percorso di crescita e sviluppo.

Legata al Dreamtime c’è un’altra parola importante per gli aborigeni, il famoso Walkabout, il viaggio iniziatico che ogni persona deve percorrere nella sua esistenza. Questo viaggio di vita consentiva contatti e scambi di risorse spirituali e materiali fra popolazioni separate da enormi distanze. Anche per questo, al giorno d’oggi, ci viene incontro la rete, il nostro “camminare in giro”. Walkabout. Se ci pensiamo, siamo sempre potenzialmente in movimento: come anticipavo prima, è inevitabile, non importa se con il sedere su un aereo o sul divano di casa con il Mac in braccio. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa, del nostro Dreamtime.

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Solo viaggiando e toccando con mano le cose facciamo esperienza e cresciamo: ecco il motivo principale che facciamo passare in secondo piano dando posto “alla crisi finanziaria”, “a quel pagliaccio di Berlusconi” e “ai raccomandati figli di papà”. Scrive Chatwin: “Ancora oggi, disse Wendy, quando una madre aborigena nota nel suo bambino i primi risvegli della parola, gli fa toccare le «cose» di quella particolare regione: le foglie, i frutti, gli insetti e così via. Il bambino, attaccato al petto della madre, giocherella con la «cosa», le parla, prova a morderla, impara il suo nome, lo ripete e infine la butta in un canto.” Quando siamo in viaggio torniamo bambini. Siamo esposti più del solito alle cose che non conosciamo.

E diciamolo una volta per tutte. A volte scegliere di andare in un altro paese, per quanta sabbia bianca, acqua cristallina o movida di startup ci sia, è difficile, se non crudele. Non è una passeggiata, che sia un viaggio intenso con zaino sulle spalle o un trasferimento di lavoro. Dobbiamo calarci in una realtà che non è quella che ha dato vita alle nostre radici, spesso più rigida di quella che conosciamo in Italia (questo invece è facile). Ci dobbiamo comprimere dentro nuovi vestiti. Magari sono anche più belli e comodi, ma non nostri. Un testo sumero antichissimo dice: “Senza costrizione non si potrebbe fondare nessun insediamento. Gli operai non sarebbero sorvegliati da nessuno. I fiumi non uscirebbero dai loro letti”. Ma senza scomodare troppo i popoli antichi, una volta su una Smemo di un’adolescente ho letto: Pressure Makes Diamonds, la pressione crea diamanti.

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Ascoltare un canto che arriva dal Dreamtime è come camminare e osservare il paesaggio. Scrive Chatwin: “L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato”. Mi piace così arrivare all’idea che il mondo sia un grande unico piano di gioco, dove ci sono persone che si spostano alla ricerca (di qualunque cosa), si mescolano tra di loro e si scambiano risorse spirituali e materiali, in barba ai confini geografici.

Ne facciamo sempre una questione di stati, di continenti, di moneta – ma è una scusa razionale (e corrotta da pensieri moderni) che vuole giustificare un comportamento invece così naturale. Spostarsi, materialmente o spiritualmente. Direte voi, l’Italia non deve prendermi in giro, deve darmi indietro cosa pago in tasse, non può trattarmi come uno straccio. Giusto: uno stato dovrebbe garantire dei diritti. Bene, in alcuni casi le canzoni del Dreamtime hanno una sola direzione e prendere quella sbagliata è sacrilego. Un esempio: per gli aborigeni australiani non potete scalare l’Uluru, il plurifotografato massiccio rosso in mezzo al niente, ma solo camminare lungo il suo perimetro in basso.

Ci sono volte che è bene camminare a debita distanza da certe situazioni, senza cercare di scalare una montagna invalicabile come le raccomandazioni in università o i favori sessuali a lavoro. In altri casi, la direzione giusta è quella di partire. Altre volte, è quella di diventare più flessibili e spostare le proprie aspettative. C’è sempre un movimento da compiere quando una situazione è in stallo, dentro e fuori noi stessi. La vita è troppo breve e troppo bella per essere mangiata dalla rabbia, dal risentimento e dalla stanzialità. Ecco perchè gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro. Ecco perché mi piace usare la parola inglese - intraducibile in italiano – wonderlust, l’irrefrenabile desiderio di essere in viaggio. Di qualsiasi vostro viaggio si tratti. Che sia nel mondo del giardinaggio dietro casa vostra, che sia in India alla ricerca di una qualche spiritualità, che sia su internet nella creazione di una vostra realtà.

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Non ho verità in tasca, e nemmeno sono un’invasata new age. Posso solo dare una mia risposta alla domanda di Chatwin e lasciarvi un’idea semplice. Provate a tracciare il vostro personale mito di Dreamtime su un mappamondo. Ripensate a dove avete mosso i vostri primi passi, dove sono state le vostre tappe di vita fondamentali. Quali tracce avete lasciato muovendovi? Quali segni? Giocate con il vostro passato, unite i puntini guardandovi indietro, pensate al vostro Walkabout futuro. Fate in modo che ogni vostro spostamento – che sia in Frecciarossa in ritardo o dal tabaccaio sotto casa – abbia una lezione da insegnarvi per farvi crescere ed evolvere (senza insultare il controllore). Si vive una volta sola, pare, e abbiamo un intero piano di gioco davanti: il mondo. Dalle cose brutte che vi succedono, leggete e studiate le lezioni. Siate tosti. E partite, qualsiasi sia la vostra direzione, sempre a testa alta. Gli uomini se ne vanno da un posto all’altro perchè solo così si cresce.

È sempre il Tempo dei Sogni.

One Comment

  1. Margheprilla

    2 agosto 2013 at 11:42

    Grazie, perché “a volte scegliere di andare in un altro paese è difficile, se non crudele” ma “c’è sempre un movimento da compiere quando una situazione ė in stallo, dentro e fuori noi stessi”…. Dreamtime, it’s time.

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